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Cs Ordine dei Geologi Veneto – ALLUVIONE A VENEZIA: “SERVE PREVENZIONE E LEGGI REGIONALI AGGIORNATE. INTRODURRE LA FIGURA DEL GEOLOGO NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE”

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“Ma siamo davvero vittime della natura e del clima violento e brutale? Piuttosto siamo vittime di noi stessi, della mancanza di lungimiranza e di impegno nella gestione del territorio e di ciò che è pubblico, ciò che va tutelato e gestito in modo competente, serio e soprattutto onesto per lasciarlo alle future generazioni”. A dichiararlo è la presidente dell’Ordine dei Geologi del Veneto, Tatiana Bartolomei.

“Grandi progetti come il Mose, tecnicamente ed economicamente molto impegnativi, sono sostenibili solo se è garantita la funzione per cui sono stati progettati, cioè la salvaguardia di Venezia, e se sono realizzati entro le scadenze previste – aggiunge -. In caso contrario oltre ai costi ingentissimi sostenuti dalla collettività si vanno ad aggiungere i costi dell’emergenza che, come è noto conti alla mano, è di gran lunga più onerosa, oltre al disagio e alla paura subita dalla popolazione e al progressivo danno al nostro patrimonio artistico”.

Bartolomei precisa che in altri paesi le terre sottratte al mare (Paesi Bassi) o lambite dal mare (Miami-USA) sono oggetto di soluzioni all’avanguardia, da cui prendere esempio. Con la consapevolezza che la via è una soltanto: “Sicuramente porre tra gli obiettivi fondamentali la prevenzione, così come individuato anche dal Premier Conte e dal Ministro De Micheli nel corso della riunione col coordinamento dell’emergenza effettuata il 13 novembre a Venezia. Servono dunque leggi regionali aggiornate che, a partire dalla normativa tecnica statale, stabiliscano regole locali da recepire e applicare da parte della pubblica amministrazione, a vari livelli. Il Veneto ne ha l’urgente necessità: altre regioni confinanti, ad esempio, ne sono già dotate e periodicamente aggiornate. Riscontriamo che la figura del geologo è praticamente assente nella maggior parte delle pubbliche amministrazioni, soprattutto a livello locale. Ne consegue che vi è un’oggettiva difficoltà nella verifica dell’adeguatezza, della completezza delle pratiche di contenuto geologico, in molti casi non presenti purtroppo, redatte dai professionisti, nonché del controllo della conformità a norma, non essendo presente un interlocutore presso la P.A. adeguatamente competente in materia”.


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PFAS, Ordine dei Geologi: “Noti da tempo, ma manca una normativa che dia indicazioni su come intervenire”

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In merito al problema dell’inquinamento da Pfas in Veneto, l’Ordine dei geologi regionale sottolinea: «Dal punto di vista scientifico i PFAS sono noti da tempo. I “nuovi contaminanti”, sostanze non normate per le acque sotterranee, sono un problema attuale. La comunità scientifica (Cnr in testa) conosce e studia moltissimi nuovi composti potenzialmente contaminanti, ma se questi non vengono  inseriti nelle tabelle di riferimento per le acque sotterrane e per le acque ad utilizzo idropotabile, non verranno ricercati».

Il problema fondamentale sta proprio qui. «Tali composti non sono sistematicamente ricercati,  e si finisce per “scoprire” il problema solo quando questo si è già manifestato e diffuso a scala provinciale o regionale.

Le strutture idrogeologiche dove i contaminanti nuovi e vecchi “scorrono” non sono studiati adeguatamente e la normativa non dà indicazioni su come intervenire qualora vengano individuati».

L’Ordine evidenzia, inoltre, una contraddizione: «Le acque sotterranee seguono, dal punto di vista normativo, tre riferimenti differenti: acque sotterranee, acque potabili e acque minerali. I limiti di legge per le varie tipologie di acque sono molto diversi: ipoteticamente la medesima acqua con il medesimo chimismo potrebbe essere conforme alla legge per la potabilità, ma contaminata per quella per le acque sotterranee. Certamente questi riferimenti disomogenei e talora assenti non aiutano l’utente ad avere chiarezza su cosa sta bevendo».

L’Ordine evidenzia che «l’idrogeologia sperimentale oggi permette approfondimenti elevatissimi sia in ambito di indagini sia di modellazione e permetterebbe agli studiosi ed agli enti di avere gli strumenti necessari per capire quanto contaminante c’è in falda, dove sta andando e da dove viene, che velocità ha, quanto durerà e dove andrà a finire. Basta solo voler investire nel proprio territorio».

«Ci si chiede quanto tempo ancora dovrà passare perché si spinga verso uno studio scientifico approfondito dei propri Acquiferi Regionali – conclude l’Ordine -, per trovarsi già pronti nel caso, non remoto, che compaia qualche altro nuovo contaminante oltre ai PFAS, come ad esempio le sostanze radioattive presenti nelle acque sotterranee destinate al consumo umano».

 


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